Capo Giuseppe

Nel luglio 1878, furono trasferiti nel territorio indiano, dove venne loro offerta una striscia di terra desertica, come riserva. Inutilmente Giuseppe protest˛ per il tradimento degli Americani. Sosteneva a gran voce di essersi arreso per non lasciare nei guai donne e bambini e confidando nella parola del generale Miles. Alla fine gli fu concesso di andare a Washington dove, il 14 gennaio 1873, tenne un discorso di fronte al governo e al parlamento, in cui chiedeva al presidente Hayes di permettere il ritorno della sua trib¨ in patria.

Non capisco perchÚ per il mio popolo non sia stato fatto nulla. Si parla, si parla e non accade nulla. Le belle parole non riportano in vita il mio popolo morto. Non aiutano neanche il mio paese, che ora Ŕ invaso dai bianchi. Non proteggono la tomba di mio padre. Non mi restituiscono i miei cavalli e il mio bestiame. Le belle parole non possono ridarmi i miei figli, le belle parole non liberano il generale Miles dalla promessa fatta. Non ridaranno la salute al mio popolo e non aiuteranno a risparmiare loro una morte prematura. Le belle parole da sole non daranno una patria al mio popolo dove poter vivere in pace e dove poter essere padroni di se stessi. Sono stanco di dire parole inutili. Mi fa male al cuore ripensare alle tante belle parole pronunciate e alle tante promesse infrante.

Sono giÓ state dette troppe cose da uomini che non ne avevano il diritto. Troppe interpretazioni sbagliate, troppi malintesi ci sono stati tra bianchi e Indiani. Se i bianchi vogliono vivere in pace con gli Indiani, lo possono fare senza difficoltÓ. I disordini si possono evitare. Trattate tutte le persone allo stesso modo, date a tutti le stesse leggi, date a tutti le stesse possibilitÓ di vivere ed evolversi. Tutti gli uomini sono stati creati dallo stesso Grande Spirito. Sono tutti fratelli. La terra Ŕ la madre di tutti gli uomini e tutti gli uomini vantano gli stessi diritti sul suo possesso. Potete aspettarvi che l'acqua cominci a scorrere verso l'alto, con le stesse probabilitÓ che qualcuno che Ŕ nato libero sia contento se viene imprigionato e gli viene negata la libertÓ di andare dove vuole. Se legate un cavallo alla sbarra, vi aspettate che cresca forte? Se tenete un indiano in un fazzoletto di terra e lo costringete a rimanervi, non sarÓ soddisfatto, non potrÓ crescere e progredire.

Ho chiesto a molti grandi capi bianchi, che diritto abbiano di ordinare all'indiano di rimanere in un luogo, quando Ŕ costretto a vedere che i bianchi possono andare dove vogliono. Non hanno saputo darmi una risposta. Chiedo solo al governo di essere trattato come sono trattate le altre persone. Se non mi Ŕ permesso tornare nella mia patria, fatemi almeno vivere in un paese dove il mio popolo non muoia cosý rapidamente. So che la mia razza deve cambiare. A causa dei bianchi non possiamo continuare a vivere come abbiamo fatto finora. Chiediamo solo di avere la possibilitÓ di vivere come le altre persone. Pretendiamo di essere riconosciuti come persone. Chiediamo che la stessa legge sia applicata nello stesso modo per tutte le persone. Se un indiano infrange la legge, la legge lo punisce! Se Ŕ un bianco a infrangere la legge, venga ugualmente punito! Lasciate che io sia un uomo libero, un uomo che si possa muovere liberamente, che possa restare dove vuole, esercitare un'attivitÓ commerciale, se lo desidera, che possa scegliere liberamente i propri insegnanti e che possa esercitare in piena libertÓ la religione dei suoi padri, che sia libero di pensare, di parlare e di agire e io osserver˛ qualsiasi legge o accetter˛ la punizione!

Ma questo appello non fu ascoltato. A parte questo, con questo discorso Giuseppe entra nella schiera dei grandi oratori indiani, come Tecumseh, Giacca Rossa o Seattle. Del resto anche i Nez PercÚ consideravano che l'importanza di un capo dipendesse principalmente dalle sue capacitÓ retoriche, naturalmente unite alle doti di grande guerriero. Per i Nez PercÚ si ripetŔ lo spettacolo vergognoso, giÓ visto con gli Cheyenne e gli Apache. Per anni furono trattenuti, contro la loro volontÓ, nel territorio indiano. Nel 1883, infine, le autoritÓ diedero il permesso a un gruppo di trentatre donne e bambini di tornare in patria, e l'anno successivo potÚ far ritorno un gran numero di Nez PercÚ. Ma Giuseppe, e quello che rimaneva della sua gente, vennero considerati troppo pericolosi perchÚ potessero tornare nella valle di Wallowa. Ma, nel 1885, poterono almeno trasferirsi a Nespelem, nella riserva di Colville, nello stato di Washington.

Nel 1889 Giuseppe and˛ a visita a Wallowa e con grande tristezza pos˛ lo sguardo sui prati e sui boschi della sua patria di un tempo, in cui gli era vietato restare. Senza sosta si adoper˛ perchÚ anche il resto del suo popolo potesse farvi ritorno. Nel 1903 si rec˛ per l'ultima volta a Washington dove incontr˛ il presidente Roosevelt e il generale Miles. Ancora una volta, per˛, non riuscý a ottenere il permesso, nonostante Giuseppe fosse ormai visibilmente civilizzato. Dedic˛ tutte le sue forze all'educazione dei giovani Nez PercÚ, per fornire loro i presupposti per vivere in un ambiente completamente cambiato e metterli in guardia dal gioco e dall'alcool. Il 21 settembre 1904, Giuseppe morý e con lui se ne andava una delle pi¨ grandi personalitÓ indiane. Risulta difficile capire ci˛ che pi¨ stupiva in lui, se la sua gran umanitÓ, se il suo genio strategico o la sua capacitÓ di oratore. Si pu˛ convenire con il suo nemico di un tempo, il generale Miles, che parlava di Giuseppe come dell'indiano pi¨ completo che avesse mai conosciuto.

by indianiamericani_altervista.org

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L'arco e la frecciaL'arco e la freccia. Cultura dei nativi americani

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