Pontiac

Nel suo libroLa congiura di Pontiac, Parkman descrive così la scena, basandosi sul racconto di testimoni oculari:

Pontiac si alzò. Era di statura media, il suo fisico era forte, muscoloso e molto proporzionato. Il colore della sua pelle era più scuro di quello abituale fra gli indiani; i tratti del suo viso non erano certo armonici, ma arditi e rivelavano una volontà di ferro. Il suo comportamento era imperioso, dava l'impressione di essere un uomo con un'energia in grado di superare qualsiasi ostacolo. Guardò gli ascoltatori intorno a lui e cominciò a parlare con voce forte e appassionata, conferendo enfasi alle sue parole con gesti impetuosi... Disse:

Fratelli miei! E' necessario cacciare dal nostro paese quel popolo che si è posto come meta la nostra rovina. Come me dovete capire che non potremo condurre più a lungo una vita come era possibile con i nostri padri francesi. Le merci degli inglesi costano il doppio di quelle dei francesi, benché non valgano nulla... Inoltre non ci accordano alcun credito, come i francesi, nostri fratelli, facevano sempre. Se vado dal capo inglese e gli racconto che uno dei nostri è morto, il mio discorso viene ridicolizzato, non piangono con noi come hanno sempre fatto i francesi. Se chiedo aiuto per i nostri malati, lo rifiuta dicendo che non vuole avere a che fare con noi. Significa che si augura la nostra morte. Perciò dobbiamo distruggere gli inglesi.

Nulla deve impedircelo! Non sono numerosi, possiamo sconfiggerli senza fatica, perché non lo facciamo? Non siamo uomini? Non vi ho mostrato l'uniforme che ho avuto in dono dal nostro grande padre, il re dei francesi? Ci esorta a batterci. Perché non seguiamo il suo consiglio? Di che cosa avete paura? È giunto il momento! Pensate forse che i francesi che vivono fra noi, che sono nostri fratelli, sarebbero contro di noi? Non conoscono i nostri piani e non ci impediranno di portarli a compimento. Colpiamo dunque. Ho inviato messaggi e segnali di guerra a tutti i Chippewa a est della penisola del Michigan e ai nostri fratelli, gli Ottawa a Michillimackinac... Abbiamo invitato tutti all'azione comune. Nel frattempo però noi attacchiamo già. Non possiamo perdere tempo; se gli inglesi saranno sconfitti, chiuderemo ogni varco, in modo che non possano mai più rientrare nel nostro paese!.

Pontiac ricordò anche a chi lo ascoltava che un tempo gli indiani avevano combattuto fianco a fianco con i loro alleati francesi contro il nemico comune. Nella battaglia di Monongahela, in Pennsylvania, avevano gettato i vessilli degli inglesi nel fango rosso di sangue del fiume. Dopo aver mandato in estasi i suoi ascoltatori, l'oratore riportò la calma fra loro con la profezia del profeta Delaware e le sue visioni che promettevano vittoria. La strategia di Pontiac consisteva, come del resto quella di Re Filippo, nell'attaccare in diversi luoghi, il più possibile contemporaneamente, per rendere impossibili i rifornimenti e il mutuo soccorso degli inglesi. Tutte le postazioni inglesi, dal Grande Lago a Fort Pitt, avrebbero dovuto essere attaccate e distrutte il giorno stabilito. Il comandante supremo inglese, il generale Jeffrey Amherst, non sospettava nulla di tutto ciò, si era preso gioco degli avvertimenti.

Per lui gli Indiani erano selvaggi, incapaci di pensare in modo sistematico. Ma si sbagliava. Accanto a questo grandioso progetto militare, vi era un piano per il finanziamento della guerra, forse ancor più geniale, che mostra il capo Ottawa anche come uno scaltro stratega finanziario: per procurarsi gli approvvigionamenti di guerra, Pontiac emise obbligazioni senza interessi che erano costituite da parti del bosco di betulle che conteneva il totem dei capi di un tempo. La firma di Pontiac era un lontra. Pontiac concesse al suo segretario privato, il possidente canadese Quilleriez, l'amministrazione di queste incombenze finanziarie.

by indianiamericani_altervista.org

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L'arco e la frecciaL'arco e la freccia. Cultura dei nativi americani

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