Barboncito

Mentre i Navajos Enemy erano pronti a trasferirsi, Barboncito che era divenuto uno dei migliori oratori della sua tribù, non accettò la proposta di Carleton sostenendo che i Navajos erano forti quanto i bianchi e volevano pascolare tranquillamente le loro greggi nella loro prateria. Fu di nuovo guerra: i Navajos attaccarono di nuovo i soldati e i convogli dei rifornimenti, facendo ricchi bottini di capre, cavalli e generi alimentari. Speravano, inoltre, di logorare i bianchi con attacchi continui, anche se le loro speranze si dimostrarono ingannevoli, perché Kit Carson non era disposto a rinunciare tanto in fretta. Puntò dritto in territorio Navajos e fece ricostruire Fort Defiance che, una volta abbandonato, era andato in rovina. Agli indiani mandò il messaggio di venire al forte, dove sarebbero stati nutriti e trasferiti a gruppi a Fort Sumner, dove avrebbero poi potuto vivere.

Quando vide che il suo invito era rimasto inascoltato, ordinò al maggiore Cummings di dare fuoco a tutti i campi e agli alberi da frutto dei Navajos e di rubare il bestiame, ma un guerriero Navajos, con un colpo preciso, pose fine a questo crudele tentativo. Gli americani aumentarono allora i loro sforzi, devastarono il paese, uccisero e scotennarono qualsiasi indiano incontrassero. Per sfuggire alla furia dei soldati e degli scouts Ute e Zuni, loro alleati, una parte di Navajos si rifugiò dagli Jemez, gli altri dagli Apaches in Arizona, alcuni gruppi dell'Ovest si unirono a Manuelito, nel Grand Canyon, mentre altri, andarono nelle Navajos Mountains, a nord. Il resto, al comando di Barboncito e Delgadito, rimasero nel Canyon de Chelley, ma la distribuzione dei loro mezzi di sostentamento e l'inverno incombente, costrinsero i capi a dichiararsi disposti a trattare, ma quando Carleton ne fu informato rifiutò il colloquio.

Delgadito si consegnò, mentre Barboncito e i suoi rimasero in montagna. Carson, infuriato, cominciò a preparare un nuovo attacco contro i testardi Navajos. Ma nel frattempo, l'astuto Barboncito attaccò i muli di Carson, li rubò e li macellò per farne scorte di carne. Tuttavia non fu in grado di resistere a lungo e alla fine dovette arrendersi. Nel marzo del 1864, i Navajos, con carri trainati dai buoi e mandrie di bestiame, si mossero da Fort Defiance per Fort Wingate sul Rio Grande, per arrivare in fine, dopo una lunga sosta nei pressi di Albuquerque, a Fort Sumner sul Rio Pecos. In questa regione Carleton volle creare una riserva indiana modello ma la fece con un'impostazione completamente staccata dalla realtà, perché gli mancava qualsiasi conoscenza del modo di vivere e della mentalità dei Navajos. L'operazione, inoltre, fu organizzata molto male, in quanto il villaggio progettato per gli indiani non era ancora stato costruito e per giunta Bosque Redondo apparteneva ai Comanche, che naturalmente attaccarono i Navajos e rubarono loro circa duecento cavalli, il che portò a nuove e continue scaramucce.

Tre anni dopo era ormai chiaro che Carleton con i Navajos aveva fallito, infatti questi ultimi che non potevano trovarsi assolutamente bene in questa nuova prateria, pretesero di tornare nel territorio della loro tribù, sulle Chuska Mountains. Il governo americano che aveva impiegato dieci milioni di dollari nell'impresa, incaricò il generale Sherman di cercare di sistemare la faccenda. Nel maggio 1868 ripresero le trattative tra il generale Sherman e Barboncito, che i Navajos avevano eletto portavoce e che in quest'occasione dimostrò tutta la sua capacità oratoria e abilità diplomatica. Quando Barboncito prese la parola non mancò di esporre la tragica situazione della riserva.

Per il fatto di essere trasferiti qui, la nostra gente ha dovuto subire molte perdite. Molti sono morti e anche molto del nostro bestiame è morto. I nostri nonni non avevano esperienza del modo di vivere fuori dalla nostra patria e io non ritenevo giusto andare a vivere in luoghi a noi sconosciuti. Alla creazione dei Navajos ci furono mostrati quattro montagne e quattro fiumi, tra cui avremmo dovuto vivere. Dai nostri antenati ci fu detto che non avremmo mai dovuto porre il campo a est del Rio Grande o a ovest del San Juan e io credo che la causa della morte di molti di noi o di molti dei nostri animali sia la nostra venuta qui... Subito dopo essere stati condotti qui, iniziammo a scavare canali di irrigazione, scavammo tutti i canali che vedete qui. Abbiamo fatto tutto ciò che ci avete chiesto... Non ci siamo mai rifiutati di portare a termine un incarico.

Siamo stati portati su questa terra che non è fertile, noi piantiamo semi ma non cresce nulla, delle greggi che abbiamo portato con noi, solo una piccola parte è ancora in vita. Quando siamo stati qui abbiamo fatto tutto ciò che era in nostro potere, ma ci siamo accorti che era tutta fatica inutile. Per questo abbiamo rinunciato, per quest'ultimo anno non abbiamo coltivato più nulla e non abbiamo tentato di fare altro. Abbiamo messo i semi nella terra, ma non cresceva nulla più alto di due piedi. Non ne conosco la ragione, ma non credo che questa terra sia adatta a noi.

by indianiamericani_altervista.org

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L'arco e la frecciaL'arco e la freccia. Cultura dei nativi americani

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